Netflix addiction e figli

Dall’ultima volta che ho scritto sul blog sono cambiate tante cose:

  • ho un figlio in più
  • ho fatto l’abbonamento Netflix.

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Per quanto l’avere un figlio in più  effettivamente tolga tempo a molte delle attività che dovrei svolgere, devo constatare con grossa sorpresa che la Netflix addiction ha un effetto di time consuming decisamente più grande.

Ho provato questo servizio e sono rimasto piacevolmente stupito dalla qualità, dalla quantità e dalla varietà del materiale fruibile. Il tutto ad un costo decisamente marginale (specie se confrontato con quello del figlio).

Grazie Reed Hastings e benvenuto Federico!

Mr Robot

Il premio migliore serie TV di questo mese va indiscutibilmente a Mr. Robot della quale mi sono letteralmente mangiato le 10 puntate della prima stagione in un paio di bocconi.
La serie è ovviamente di stampo tech come piace a me, a metà tra sogno e realtà, tra genio e follia. Il protagonista è un tale Elliot Alderson (ogni riferimento a Thomas A. Anderson, alias Neo è una forzatura), un personaggio misto tra il John Nash di A Beatiful Mind per genialità e Walter White di Breaking Bad per pazzia.
La storia narra di questo ragazzo un po’ genio informatico, un po’ autistico, un po’ disadattato che lavora per una compagnia che a sua volta lavora per una grande corporation (la Evil Corp.) che si occupa di sicurezza informatica ed opprime le persone. La storia, che non andrò a spoilerare porta Elliot ad entrare in conflitto etico con il lavoro che fa e quindi con la bad company.
Quello che ho apprezzato è l’inserimento di termini e chicche tecniche, software reali in un ambito televisivo dove fino ad oggi abbiamo sempre visto sistemi operativi inesistenti, script di codice scritto a caso e mai sentito parlare di nomi reali.
Potremmo addirittura aver abbandonato i tempi bui di “oh cazzo un debian!” e “il filesystem di debian è molto simile a quello di linux (!!!???)”

Il timing con il quale questa serie TV affianca problematiche romanzate molto vicine a quelle reali all’indomani della violazione di Hacking Team è veramente stupefacente.
Una serie TV dove per i primi 10 episodi ti chiedi continuamente quando Elliot potrà scegliere tra pillola rossa e pillola blu. Un finale in apertura per la seconda stagione che sarà sicuramente molto avvincente.
Consiglio vivamente.

Il metodo Tarzan

Ho scoperto recentemente, grazie all’app beme di cui Casey Neistat è il fondatore, anche il suo canale youtube. Casey Neistat è un famoso videomaker e vlogger americano, se così possiamo considerare una persona con 1 milione di followers.

Ci sono due concetti espressi nei suoi video dai quali sono rimasto decisamente colpito:

  1. If there is no goal, you can’t score
  2. The Tarzan method

Il primo concetto esprime la necessità di avere degli obbiettivi per poter intraprendere qualsiasi impresa. Non possiamo pensare che le cose piovano dal cielo e per ottenere risultati c’è prima bisogno di fissare gli obbiettivi e tarare il lavoro in funzione del risultato da raggiungere. Sembra un concetto banale ma non è chiaro a tutti. Non siamo tutti Dan Bilzerian e la lamentela non porta a nulla. I risultati si ottengono solo attraverso lavoro, la perseveranza, il fallimento.

I’ve missed more than 9000 shots in my career. I’ve lost almost 300 games. 26 times, I’ve been trusted to take the game winning shot and missed. I’ve failed over and over and over again in my life. And that is why I succeed.

Michael Jordan

Il secondo concetto è molto più interessante del primo in quanto offre uno spunto di riflessione interessante.
Quando fissiamo un obbiettivo vogliamo raggiungerlo utilizzando il percorso più corto; ma siamo sicuri che questa sia la modalità giusta di raggiungere un obbiettivo?
La deviazione rispetto ad un percorso standard ci permette esperienze che normalmente ci vengono precluse e l’esperienza è fondamentale per direzionare il timone correttamente.

Il metodo Tarzan prende spunto dalla modalità di spostamento nella giungla operata dal nostro eroe. Saltando di liana in liana, raramente sarà possibile spostarsi in linea retta verso l’obbiettivo ma gli scostamenti saranno fonte di esperienza ed allenamento. Lo spostamento non sarà ottimizzato, ma ogni metro guadagnato verso l’obbiettivo sarà una piccolo traguardo verso la meta finale.
Morale: andare sempre avanti anche se la direzione non è quella perfetta, godere e fare tesoro delle esperienze che si accumulano.

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Il più grande errore che puoi fare è rimanere nella zona di comfort.

Grazie Casey.

Business che incredibilmente funzionano

Debenhams è una catena di grande distribuzione organizzata britannica che ha negozi nel Regno Unito, in Irlanda e Danimarca, ed altri in franchise in altre nazioni. L’azienda è stata fondata nel diciottesimo secolo come negozio singolo a Londra, crescendo negli anni in centosessanta filiali. È quotato presso la London Stock Exchange e fa parte del FTSE 250 Index. [Fonte Wikipedia].

Dal sito web di Debenhams chiunque può acquistare senza necessità di registrarsi e può inviare ordini internazionali. Una volta spedito l’oggetto si viene notificati attraverso una email contenente il numero di ordine e niente più. Fin qui tutto ok ma Immaginiamo invece di voler saper qualcosa di più del numero di ordine, ad esempio il tracking number del pacco, giusto per avere idea di dove esso sia (cosa non possibile direttamente dal portale).

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Proviamo a comunicare con il servizio clienti, cliccando attraverso il link Contact us previsto nella barra dei menu. A questo punto si viene messi davanti ad una scelta:

  • Inviare una email a contact.int@debenhams.com che verrà evase entro 48 ore
  • Chiamare una comodo numero internazionale a pagamento al costo di 13 cent per minute + costi di chiamata internazionale.

Avendo necessità di una risposta rapida ho avuto l’ardire di chiamare il numero telefonico. Dopo 8 minuti di attesa, finalmente una persona risponde al telefono con uno spiccato accento centro africano, complicatissimo da capire. Spiego che chiamavo per conto di mia madre che non parlava inglese e che avevo bisogno di conoscere il tracking number dell’ordine per sapere se sarebbe arrivato in tempo per il mio matrimonio. Per contro l’addetto mi risponde dicendo che avrebbe dovuto chiamare mia madre e poi passarmi a lui al telefono. Spiego nuovamente che mia madre non parla inglese e che quindi non avrebbe avuto modo di fare questo piccolo step. Il fenomeno mi invita a far inviare una email dalla casella di posta elettronica di mia madre con la quale mi delegava a chiamare per conto suo e solo dopo richiamare il call center per avere notizie circa l’ordine.
Costo totale della chiamata che non ha portato a nulla: 8 EURO!

E’ da ieri che ci penso e mi faccio le seguenti domande:
perchè un servizio clienti così burocraticizzato e gestito male riesce a far si che una azienda abbia così tanto successo?  Il modello Apple è solo un vezzo aziendale?  Cosa fa rimanere in piedi un colosso con un servizio clienti così pessimo? Il servizio clienti deve essere un valore aggiunto di una azienda o parte integrante del suo business?

Forse un giorno troverò anche le risposte.

Di più, nin zo

Ci sono cose che i nostri figli dovranno prendere per buone senza probabilmente mai capirne il perchè.

Una di queste è lavarsi i denti con il dentifricio di Topo Gigio. “Guarda, c’è Topo Gigio!”. Si, ok,  chi è Topo Gigio? E perchè dovrebbe piacergli?

Martufello è testimonial delle mozzarelle. Poteva benissimo esserlo anche mio zio. Come fai a spiegare a tuo figlio che Martufello è famoso perchè 15 anni fa fece una pubblicità delle mozzarelle Francia?

“Quando hai finito, tira la catena”. Quale catena? Magari quando hai finito premi il pulsante.

Per non parlare poi dei pannolini. “Prima dell’invenzione dei pannolini in cellulosa venivano realizzati in tessuto di cotone, nel medioevo erano delle lunghe strisce di lino che venivano applicate nella zona interessata ed avvolte intorno al bacino[…] (Fonte Wikipedia) ”
Perchè non chiamare i pannolini assorbenti da bambino? Perchè continuare ad identificarli con un panno di lino?

E poi cantare jingle di pubblicità che non trasmettono più da almeno 20 anni quando è Natale, anche questo rientra nell’incomunicabilità intergenerazionale…

L’esperienza è importante ma talvolta può essere una barriera.

Le cinque mogli di Immortal Joe

Erano più di due anni che non andavo al cinema. Sulle ali dell’entusiasmo per l’uscita del nuovo capitolo di Mad Max decido che un ritorno al cinema è proprio quello che mi merito.

Insieme ad un paio di amici prenotatiamo in anticipo i biglietti e sempre in anticipo chiedo informazioni qualitative sul film. Le opinioni sono discordanti: è bello, fa schifo. La cosa mi puzza ma decido di andare comunque, non ci sarà Mel Gibson ma è pur sempre Mad Max.  In fondo anche Batman ha è stato interpretato da attori sempre nuovi e sempre più bravi.

Arrivato al cinema con mezz’ora di anticipo rispetto all’orario di inizio del film, trovo i miei amici intenti a gustarsi la cena da Old Wild West. All’ingresso della sala del cinema (dopo aver fatto il check in) scopriamo che il film inizierà mezz’ora dopo l’orario previsto da biglietto e che ci sarà una pausa di 6 minuti tra primo e secondo tempo. Non male per uno spettacolo delle 22.35…

Decidiamo che non possiamo fare nient’altro che attendere l’ora fatale e perdere questa mezz’ora all’insegna della pubblicità estrema. Dopo venti minuti di pubblcità sgnaccamaroni, ecco apparire i primi trailers. Bello, bello, bello! Sarà che non vado al cinema da molto ma i trailer li fanno sempre più di qualità.

Nell’anonimato più totale inizia improvvisamente un trailer brutto. Non è un traiiler. Terrore. Non cominciamo bene, a metà dell’opera ci dovremo arrivare faticando, spero che George Miller abbia fatto un ottimo lavoro.

L’azione diventa immediatamente veloce e senza tregua (sensazione che si ha per tutta la durata del film). La trama invece è assurda e intangibile ad essere buoni. Cerco di riassumerla in poche righe. Facciamo che sto spoilerando, quindi chi non volesse conoscere la trama inesistente del film, non vada oltre.

SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER

In un mondo sconvolto da una devastazione post nucleare, Max (Tom Hardy) viene catturato da un gruppo di selvaggi anemici comandati da un vecchio lebbroso che si fa chiamare Immortal Joe e che monopolizza assieme ai figli (il disabile ma intelligente ed il palestrato stupido) l’unica sorgente di acqua pura rimasta sul pianeta. L’imperatrice Furiosa (Charlize Theron) tradisce immortal Joe scappando su di una autocisterna assieme alle sue 5 mogli strafighe.


Inseguiti per giorni, senza fare rifornimento di benzina, tra tempeste elettromagnetiche/radioattive dalle bande di tutto il vicinato, riescono con l’aiuto di Max sfuggito alla prigionia e di uno degli anemici che si innamora della più gnocca  dele mogli gnocche, a raggiungere il luogo natale di Furiosa portandosi dietro e difendendo allo stremo l’autocisterna piena di latte materno (!!!??!!) ormai ridotto a ricotta fluorescente.
Purtroppo arrivati nel posto di destinazione scoprono che sono rimaste solo quattro vecchiette e Megan Gale (???). Avendo appreso che neanche in quel posto c’è acqua, ritornano indietro per conquistare la cittadella di Immortal Joe fin tanto che lui è in giro a cercare loro. Nel viaggio di ritorno (rigorosamente con cisterna al seguito) vengono assaltati dalle predette bande e lasciandole una ad una ‘sul campo’ riescono dopo aver ucciso anche Immortal Joe ad arrivare alla cittadella ed a reclamare il governo del posto dopo aver mostrato la carogna del vecchio imperatore tra l’ovazione del ‘pubblico’.

Decisamente un pessimo ritorno al cinema. Unica nota positiva: le 5 mogli di immortal Joe ed un improbabile chitarrista appeso ad un automobile cassa che scandisce l’inizio di ogni nuova rincorsa ai nostri protagonisti.

Questo sarà l’unico capitolo di Mad Max che non riguarderò più.