Integrazione di rispetto

E’ cosa ormai nota che le migliori conversazioni si fanno alla macchinetta del caffè, tanto come il fatto che integrazione e comodità sono due concetti che viaggiano di pari passo e fortemente interconnessi tra loro.

La comodità è figlia dell’integrazione ma anche elemento trainante della stessa. Accade sempre più spesso che ‘in nome di una comodità’ ci venga chiesto di rinunciare a dei nostri dati/informazioni personali. Lo facciamo ogni volta che, installando una applicazione sul nostro telefonino, accettiamo una EULA (end user license) senza leggere, quando ci registriamo su qualcosa, quando accettiamo ‘per comodità’ che venga tracciata la nostra posizione, quando ricerchiamo qualcosa su un motore di ricera.

Ammesso che nessuno di noi abbia nulla da nascondere e quindi considera queste informazioni personali qualcosa di poco importante, non possiamo non constatare quanto invece le informazioni che noi cediamo abbiano valore in termini effettivi per le aziende che le collezionano. Il sole 24 ore ha pubblicato non troppo tempo fa un interessante report proprio su questo argomento che invito a leggere.

L’oggetto di questo post non è il valore dell’informazione personale ma la soglia ‘di rispetto’ legata alla comodità che ognuno di noi è disposto a mantenere nei confronti della tecnologia.

Siamo ormai contornati da telecamere di smartphone in ogni dove e nelle nostre case cominciano anche ad avere spazio smart TV che registrano quello che diciamo in loro presenza. Magari, visto che non tutti siamo disposti ad accettare lo stesso tipo di esposizione al mezzo, sarebbe opportuno, per esempio ,prima di invitare gente a cena , far firmare loro una accettazione del contratto di catalogazione della loro voce.

Il tema di cui sto parlando oggi, discusso proprio di fronte ad un caffè, è quello di ragionare ad esempio sulla ‘comodità’ di avere il touch Id sull’iPhone 6 dimenticando completamente qual’è il valore che si cede accettando l’utilizzo del mezzo: la propria impronta digitale.

Il valore dell’informazione che viene ceduta è tanto più alto quanto questa è personale e caratterizzante. Proprio per questo l’impronta digitale, come anche il timbro della voce sono informazioni di un valore estremo.

Credo che all’interno di un’ottica di utilizzo consapevole della tecnologia sia opportuno definire con cautela quali siano le barriere che vogliamo mantenere oppure oltrepassare, tenendo sempre a mente che per una ristretta cerchia di informazioni di alto valore una cessione è per sempre‘.

AGGIORNAMENTO (tanto per rimanere in tema): iPhone, in futuro lo potrete bloccare sbloccare con il viso

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Fastweb mobile Fuel 5GB

Mi serve un contratto per una nuova linea telefonica e decido di sottoscrivere una offerta Fastweb mobile Fuel  che offre ancora al momento dell’articolo il quantitativo di GB più alto al minor prezzo. Tutto bene, fino a quando un bel giorno arriva un SMS: “I minuti mensili inclusi nella tua offerta stanno sono in esaurimento. Per conoscere i consumi chiama il 4046, accedi all’app MyFastweb o vai nella tua MyFastPage.” fastweb mobile fuel 5GBProntamente chiamo il 4046, dal quale vengo informato che il mio traffico residuo è di 10 euro e mi invita a premere zero per riascoltare il messaggio. Nessuna notizia circa minutaggio, sms o internet. Capisco immediatamente che c’è qualcosa che non va. Installo l’applicazione sul telefonino la quale mi chiede una username ed una password fastweb per il login che non possiedo. Idem con patate per la MyFastpage da browser web. A questo punto chiamo il 192.193 e parlo col servizio clienti. L’operatore del call center mi dice che siccome NON ho un contratto telefonico casalingo, non ho diritto alle credenziali di accesso alla parte web (sia essa portale o app telefonino) e quindi l’unico modo per sapere il minutaggio, gli sms o i gigabytes rimanenti sarebbe stato quello di chiamare il 4046. Gli faccio notare che il numero telefonico da lui citato fornisce solamente il credito residuo e nient’altro. Secondo l’operatore non c’è soluzione. Averlo saputo prima…

UPDATE IMPORTANTE: Ho scritto al servizio clienti tramite Twitter e sono stato ricontattato velocemente. Il problema era  generato da un duplicato di anagrafica dovuto ad un vecchio contratto. L’operatore mi ha inviato un reset della password tramite sms ed ora riesco ad accedere al servizio web ed alla applicazione online. BRAVA FASTWEB! +1

Wife and oxs from your village #expo2015

Pensavamo che con verybello.it (il sito brutto) avessimo toccato il fondo ma #expo2015 riesce a spingere l’italiano oltre i propri limiti ed a grattare via il fondo del barile con “il David di Donatello” (??!!!)

gaffe col David di Donatello, EXPO 2015
David di Donatello?

ed attraverso la traduzione dei proverbi in altre lingue. E’ il caso di “Region that go project that you find”.

Il buongiorno si vede dal mattino, sarà una grande Expo 2015!

Ubuntu phone, costa poco ma…

Anche Ubuntu si propone come sistema operativo alternativo in ambito mobile. A mio avviso (ma non è che ci voglia un supertecnico  per capirlo) una impresa molto ardua a causa di un mercato leggermente ‘saturato’ da iOs e Android che (ad esempio) nel mercato USA detengono rispettivamente il 41.6% ed il 53.1% delle quote per un totale del 94.7% del totale.

La modalità con la quale Ubuntu tenta questo abbordaggio ai colossi delle telefonia mobile è alquanto bizzarra: un sistema operativo disponibile per un solo modello di telefono che verrà venduto solo online su store differenti, ad un prezzo medio basso e con pochissimo preavviso. A fronte di questa scelta di marketing, mi aspetterei un oggetto di assoluto culto che per specifiche tecniche e qualità costruttiva costruttiva sia ai liveubuntu phonelli di uno OnePlus ed invece anche su questo Ubuntu stupisce (in negativo). L’unico device commercializzato da ubuntu è un Aquaris E 4.5 con processore Mediatek quad-core (Cortex-A7) da 1,3GHz , GPU Mali 400,  1GB di RAM, fotocamera postariore da 8Mpx, fotocamera anteriore da 5Mpx, schermo qHD da 4.5″ , venduto al prezzo di € 169,90. (NO LTE, NO NFC, NO HD…) Insomma, la killer feature di questo fermacarte da quasi 170 euro sarà la fotocamera anteriore con la quale scattare dei bellissimi selfie, nella speranza che nel parco applicativo ci siano anche le applicazioni social per riuscire a condividerle.

Insomma, se queste sono le premesse, “lo stai facendo male”. Sarebbe veramente bello che Ubuntu nella sua stravaganza ci dia sia un motivo per adottare il suo sistema operativo ed il suo telefono ma soprattutto per non comprare un Motorola Moto G con Android allo stesso prezzo e delle caratteristiche tecniche superiori.

Mio nonno diceva sempre “chi spende poco spende due volte” e che “le cose te le devi fa bone”. Sono sicuro che mio nonno non avrebbe comprato Ubuntu Phone.

Internet of things, fu Domotica e le 6 barriere.

Guardando i video del CES 2015 è che questo dovrebbe essere l’anno delle Internet of things, ovvero di quelle ‘cose’ intelligenti e legate al mondo internet che dovrebbero arricchire e migliorare la nostra breve esperienza di vita su questo pianeta. Per far comprendere a pieno il mio pensiero riguardo questa categoria di cose faccio un passo indietro al lontano 2002.

Tredici anni or sono ho partecipato ad un corso di Domotica promosso dalla Regione Lazio, con tanto di stage formativo presso una nota azienda di automazione industriale romana. Il corso trattava la programmazione dei sistemi a bus utilizzati in ambito industriale, i PLC (Controllori a Logica Programmabile) che venivano ‘riciclati’ in ambito domestico per le piccole automazioni. L’esperienza è stata favolosa e ci sentivamo un po’ come i pionieri di una grande era automatica che stava per iniziare. Avevamo capito che l’interfacciamento della routine quotidina con i vari sensori ed attuatori sarebbe stato il futuro del vivere moderno ma purtroppo ancora oggi non riesco a quantificare se stiamo parlando di futuro prossimo o remoto.

Che cosa è successo a questa tecnologia? Perchè non vi è stata una applicazione su larga scala di un qualcosa che semplificava la progettazione, aumentava la sicurezza ed il comfort del nostro vivere?

Bisogna riconoscere che in questi dodici anni la tecnologia si è miniaturizzata e soprattutto si è ‘connessa’ alla rete ma le barriere (purtroppo) rimangono molteplici.

Rimanendo in termini di domotica, la prima barriera è la reingegnerizzazione dell’impianto casalingo in funzione dei sensori e degli attuatori che è molto impegnativa nel legacy ma molto più facile nel nuovo.

La seconda barriera è la formazione di tecnici specializzati che ‘spingano’ per questa tipologia di impianti. Nel commercio la regola è che nonostante l’acquirente faccia richiesta di un prodotto, alla fine si deve accontentare di quello che il venditore ha in negozio, a meno di casi particolari nei quali esso sia disposto ad aspettare e spendere molto.

La terza barriera è la paura (più che giustificata) dell’obsolescenza. A differenza degli impianti tradizionali che hanno un lifetime più che decennale ed un basso costo di upgrade,  il rischio di non poter più ‘aggiornare’ la configurazione iniziale è alto, come quello di non poterla più riprogrammare.

La quarta barriera è quella della compatibilità. Attualmente non esistono protocolli di comunicazione standard tra questi oggetti. Ciò vincola l’utilizzatore a scegliere un marchio ed a proseguire sula scia dell’innovazione tecnologica che esso propone, non potendo migrare di volta in volta verso il prodotto migliore.

La quinta barriera è quella legata alla reliability ed al disaster recovery, ovvero ‘cosa fare quando il controllore principale si rompe?’. Nessuno lo sa. Si possono progettare sistemi ridondanti (a costi maggiorati) ma l’affidabilità reale di questi oggetti ancora è sconosciuta.

La sesta barriera (last but not least) è quella della percezione circa la reale utilità. La conversione massiva all’automazione è vista come un costo e la giustificazione in termini di spesa può derivare da una necessità reale e forte o da una tendenza modaiola che ne generi una.

In realtà Internet of things (IoT) è molto di più della semplice domotica. IoT è automazione applicata ai diversi campi della vita umana, dall’agricoltura alla logistica, allo sport, alla salute condita in salsa connessione in rete della quale la domotica ne è il trisavolo e per  quanto le tecnologie connesse soffrano il problema della privacy e per quanto i costi di accesso a questa categoria tecnologica sia in alcuni ambiti molto basso, le 6 barriere valide per la domotica, come una proprietà matematica, sono valide anche nel caso di tutte le tecnologie IoT.
Arduino UNO R3Arduino ci ha fornito un assist importante riducendo pesantemente la complessità progettuale, i costi e puntando sulla community. Il resto lo deve fare la società , standardizzando i protocolli, aumentandone la sicurezza e creandone la necessità.Il mondo della IoT ha già avuto il suo Steve Wozniak (Massimo Banzi di Arduino), aspettiamo con ansia che arrivi anche Steve Jobs.